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La “re-immigration” nelle piazze, i numeri nei conti

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
La “re-immigration” nelle piazze, i numeri nei conti
Una proposta dell’estrema destra, definita “re-immigration”, sta occupando le piazze e una parte crescente del dibattito politico europeo. L’idea è presentata come una risposta netta e risolutiva al tema migratorio: ridurre drasticamente la presenza di cittadini stranieri attraverso rimpatri su larga scala. L’annuncio è semplice, immediato, facilmente comunicabile. Ma cosa accade se si passa dalle parole ai numeri? È a questo punto che l’analisi cambia registro.

La “re-immigration” nelle piazze, i numeri nei conti

In Italia i cittadini stranieri residenti sono circa 5,3 milioni, pari a poco più del 9 per cento della popolazione. Se si considera la popolazione nata all’estero, la quota sale intorno all’11 per cento. Si tratta di un valore sostanzialmente in linea con la media dell’Unione europea, dove la popolazione nata fuori dal paese di residenza si colloca attorno al 10 per cento. In Germania la percentuale supera il 18 per cento, in Spagna è circa il 17, in Francia si aggira intorno al 14. Il dato italiano, dunque, non è un’eccezione nel contesto europeo.

Il costo dei rimpatri
Il primo livello di valutazione riguarda i costi diretti. Le stime utilizzate a livello europeo indicano che un rimpatrio forzato ha un costo medio superiore ai 3.000 euro a persona, mentre un rimpatrio volontario assistito costa meno di 600 euro. Applicando questi valori a ipotesi realistiche, l’ordine di grandezza emerge con chiarezza: 100.000 rimpatri forzati comporterebbero una spesa superiore ai 300 milioni di euro; 500.000 rimpatri supererebbero 1,5 miliardi. A queste cifre andrebbero aggiunti i costi per i centri di trattenimento, il personale amministrativo e di sicurezza, le procedure legali e gli accordi con i paesi di origine.

Il limite operativo europeo
Un dato strutturale riguarda la distanza tra decisioni e risultati. Nell’Unione europea, ogni anno centinaia di migliaia di persone ricevono un ordine di lasciare il territorio, ma solo circa il 20 per cento viene effettivamente rimpatriato. Il divario riflette difficoltà operative legate all’identificazione delle persone, alla cooperazione consolare e ai vincoli del diritto europeo e internazionale. Questo limite incide in modo diretto sulla fattibilità di qualsiasi progetto di espulsioni su larga scala.

L’impatto sull’economia reale
Il secondo livello di analisi riguarda il lavoro e la produzione. I lavoratori stranieri sono fortemente concentrati in alcuni settori chiave dell’economia italiana: agricoltura, edilizia, logistica, assistenza familiare e cura degli anziani. In molti casi rappresentano una quota essenziale della forza lavoro disponibile. Una riduzione drastica della loro presenza potrebbe generare carenze occupazionali nel breve periodo, rallentamenti produttivi e un aumento dei costi per le imprese. In termini macroeconomici, ciò si tradurrebbe in una riduzione del valore aggiunto e quindi del Pil.

Entrate fiscali e sistema previdenziale
I lavoratori stranieri regolari contribuiscono al gettito fiscale e previdenziale. Una diminuzione significativa degli occupati avrebbe effetti diretti sulle entrate dello Stato, riducendo la base contributiva. Questo aspetto assume un peso particolare se inserito nel quadro demografico italiano. L’Italia è uno dei paesi europei con il più rapido calo demografico: da anni il numero dei decessi supera quello delle nascite, e la popolazione in età lavorativa si riduce progressivamente. Senza apporti esterni, il rapporto tra occupati e pensionati tende a peggiorare, aumentando la pressione sul sistema previdenziale.

Il nodo demografico
Secondo le proiezioni statistiche, nei prossimi decenni l’Italia perderà milioni di residenti in età attiva. Il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione riducono strutturalmente la forza lavoro disponibile. In questo contesto, i lavoratori stranieri rappresentano una componente che contribuisce a rallentare, anche se non a invertire, questa tendenza. Una politica di “re-immigration” inciderebbe quindi non solo sull’immediato, ma anche sugli equilibri demografici e occupazionali di medio-lungo periodo.

Il confronto con gli altri paesi europei
Nel resto d’Europa, dove la quota di popolazione nata all’estero è spesso superiore a quella italiana, le politiche adottate puntano prevalentemente a migliorare la gestione dei flussi, l’integrazione nel mercato del lavoro e l’efficacia dei rimpatri già previsti, con una maggiore attenzione ai rimpatri volontari, meno costosi. Le ipotesi di espulsioni di massa restano marginali, anche per le implicazioni economiche e operative che comportano

Dagli slogan alle stime
La proposta di “re-immigration”, al momento del suo annuncio, produce un forte impatto politico e simbolico. Quando però l’attenzione si sposta sui dati, emergono costi elevati, limiti operativi e conseguenze economiche indirette su produzione, occupazione e gettito. Inserita nel quadro di un paese in declino demografico, la misura solleva interrogativi ancora più ampi sulla sostenibilità complessiva. È su questo terreno, quello dei numeri e delle proiezioni, che la discussione cambia natura e si allontana dalla piazza per entrare nei conti.

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