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Boston Scientific Italia, Laura Gillio Meina: "Va ripensato il sistema sanità"

 
La pandemia Covid-19 ha fatto emergere, oltre a tanti elementi di forza della sanità italiana, anche elementi di debolezza del sistema sanitario. Su come correggerli, con proposte concrete e realizzabili facendo leva sull’innovazione in campo sanitario che comporta anche una rilevante riorganizzazione del sistema, abbiamo intervistato Laura Gillio Meina, Country Leader di Boston Scientific Italia, tra i Gruppi più importanti e innovativi nel mondo nel campo dei dispositivi medici.

Dott.ssa Gillio, non si può prescindere dall’eccezionalità del momento che stiamo vivendo. Quali, in sintesi, le lezioni che arrivano dall’emergenza sanitaria determinata dal Covid-19? E qual è la sua valutazione complessiva del sistema sanitario nazionale italiano?
"Sicuramente non possiamo prescindere dalla eccezionalità del momento che stiamo vivendo. In questo contesto le emergenze pubbliche possono e devono aumentare la consapevolezza delle problematiche che attanagliano un sistema, come il nostro sistema sanitario nazionale, così da riuscire a trovare, nel breve periodo, le soluzioni idonee al superamento di queste problematiche e all’introduzione di atteggiamenti migliorativi per tutto il sistema.
È chiaramente emerso come la sfera economica, sanitaria e sociale siano fortemente interconnesse e la subordinazione di un ambito all’altro non possa che provocare distorsioni o inefficienze, come di fatto è accaduto nel considerare la Sanità avulsa dal Sociale e subordinata all’Economia. Fatta questa doverosa premessa, che evidenzia come un investimento in Sanità si riverberi favorevolmente sull’Economia del Sistema Paese e sulla spesa sociale (su cui, per inciso, i costi del COVID stanno incidendo pesantemente), bisogna capire dove investire.
La seconda lezione appresa in questo frangente è infatti che bisogna investire sul territorio, ma non solo in termini economici, bensì in termini organizzativi e di competenze, perché una visione ospedalo-centrica – dove l’ospedale è stato in passato oggetto di un massivo taglio dei posti letto, legittimo ma che avrebbe dovuto essere accompagnato da un potenziamento del territorio - si è di fatto tradotta in una saturazione del sistema, che ha imposto di lasciare una serie di casi nel territorio, dove però non vi erano le condizioni per poterli isolare, né trattare in modo ottimale, come accade in molti casi anche per le cronicità".

Lei ha affermato che una lezione arrivata in questo frangente è “che bisogna investire sul territorio, non solo in termini economici, bensì in termini organizzativi e di competenze”. Cosa significa nello specifico e in concreto? Come, in altre parole, sarebbe necessario riorganizzare il sistema?
"Il distanziamento sociale ha imposto una riorganizzazione della assistenza ai malati cronici, che non possono essere semplicemente dimenticati, ma che devono essere assistiti sviluppando nuovi modelli, classificabili come remote chronic care, da cui non potremo più prescindere e di cui la telemedicina è un fattore abilitante. Essa è uno strumento che deve inserirsi in un percorso, in cui è cruciale la riqualificazione del medico di medicina generale, in stretta connessione con gli specialisti del territorio.
Attraverso la raccolta in remoto ed in continuo di una serie di parametri patofisiologici è infatti possibile adottare comportamenti proattivi, che consentono da un lato di isolare i casi COVID prontamente, dall’altro evitare che chi ha un effettivo bisogno di cura non la riceva per la crescente nosocomiofobia. Quello che emerge da uno studio condotto dalla Società Italiana di Cardiologia in 54 ospedali italiani, in corso di pubblicazione sulla prestigiosa rivista European Heart Journal è infatti che, per timore del contagio, i pazienti ritardano l’accesso al pronto soccorso e arrivano in ospedale in condizioni sempre più gravi, spesso con complicazioni aritmiche o funzionali, che rendono molto meno efficaci le terapie che hanno dimostrato di essere salvavita, come l’angioplastica primaria. Lo studio, durante il periodo Covid, ha registrato una mortalità tre volte maggiore rispetto allo stesso periodo del 2019, passando al 13.7% dal 4.1 %. Un aumento dovuto nella maggior parte dei casi a un infarto non trattato o trattato tardivamente. Infatti, il tempo tra l’inizio dei sintomi e la riapertura della coronaria durante il periodo Covid è aumentato del 39%. Oltre alla riduzione del 60% dei ricoveri per infarto, è stato registrato un calo del 47% nel periodo Covid dei ricoveri per scompenso cardiaco, rispetto al precedente anno".

Il distanziamento sociale ha imposto una riorganizzazione dell’assistenza ai malati cronici, che debbono essere assistiti sviluppando nuovi modelli, classificabili come ‘remote chronic care’, da cui non potremo più prescindere e di cui lei ha fatto più volte presente che la telemedicina è un fattore abilitante. Ma per la presa in carico efficace di questi pazienti va rivista la gestione domiciliare e di prossimità. In sostanza, cosa dovrebbe spettare all’ospedale e cosa al territorio e come dovrebbero interagire?

"Per la presa in carico efficace di questi pazienti va rivista la gestione domiciliare e di prossimità, per renderla più dinamica ed informatizzata, capace di governare l’assistenza anche nella fase intermedia tra ospedale e territorio. Servono quindi strumenti più adeguati, ma anche una visione del territorio che non sia di mero esecutore di quello che l’ospedale non riesce a fare. Adesso al territorio spetta la vera integrazione tra la medicina di prevenzione e l’assistenza primaria e secondaria.
Vanno riviste le modalità di accesso alle strutture sanitarie, prevedendo dei sistemi di screening a monte: ad esempio, abbiamo sviluppato una serie di app per la gestione corretta dei pazienti che devono essere trattati con dispositivi Boston Scientific affinché, se un paziente deve essere ricoverato, ad esempio per una sostituzione valvolare, venga preso in carico dal territorio prima dell’intervento, verificando che non vi sia una situazione infettiva in atto e che il paziente arrivi in ospedale solo dopo che siano stati fatti tutti gli esami di prericovero sul territorio. Non solo, una volta effettuato l’intervento che dovrà essere condotto preferendo quanto più possibile soluzioni mininvasive, ovvero una TAVI piuttosto che un intervento in cardiochirurgia, così da non occupare le terapie intensive e da abbreviare la degenza postoperatoria, il fatto di poter controllare il paziente dimesso, attraverso la telemedicina in modalità multidisciplinare, permette di anticipare le dimissioni in modo sicuro. La multidisciplinarietà è un altro importante valore che ci portiamo a casa da questa esperienza, perché attorno al malato - spesso polipatologico - si devono costruire dei veri e propri team di gestione, che attraverso il remoto possono confrontarsi in tempo reale.
Nella gestione del postacuzie e del cronico, un ruolo nuovo potrebbe essere assegnato alle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA), da convertire trasformandole in strutture di assistenza territoriale e dotandole delle tecnologie e delle professionalità adeguate alla gestione della intensità intermedia, abilitata dalla telemedicina".

Lei ha dichiarato che “nella gestione del postacuzie e del cronico, un ruolo nuovo potrebbe essere assegnato alle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa)”. Può farci qualche esempio concreto?
"Per considerare un esempio concreto, su cui focalizzarci, prendiamo una delle cronicità identificate nel Piano Nazionale Cronicità: lo scompenso cardiaco, che rappresenta la causa più frequente di ospedalizzazione - spesso ripetute - negli “over 65”, con una degenza media di oltre 10 giorni e costi, a carico del Servizio Sanitario Nazionale, superiori a 550 milioni di Euro l’anno.
Molti anziani cardiopatici - per controllare la patologia ed evitare ospedalizzazioni - sono portatori di dispositivi cardiaci, defibrillatore o pacemaker, che richiedono periodiche visite di controllo con spostamenti verso gli ambulatori, che - sia per i pazienti al proprio domicilio che in RSA - comportano problemi organizzativi per il trasporto e l’assistenza di caregiver e/o infermieri dedicati.
Per questo, ancor più nel periodo dell’emergenza coronavirus, diventa strategico poter assistere questi pazienti attraverso modalità a distanza, così da assicurare, anche nel periodo di chiusura degli ambulatori, il livello e la continuità delle cure, contribuendo contemporaneamente a “decongestionare” le strutture ospedaliere.
Tutto ciò è reso possibile grazie alla presenza di sensori, associati ai defibrillatori, i cui dati sono analizzati attraverso un algoritmo multiparametrico collegato ad un sistema di alert, che consentono di segnalare con un mese di anticipo la possibile insorgenza di scompenso cardiaco, permettendo agli specialisti che hanno in cura il paziente di intervenire per tempo per scongiurare l’aggravarsi della condizione clinica".

Collegandoci alla domanda precedente, sul tema del passaggio da una medicina di trattamento ad una medicina di iniziativa e prevenzione è da evidenziare che da un paio d’anni è stato Introdotto in Italia, ma non ancora diffuso in modo capillare, il sistema Heartlogic abbinato ai defibrillatori Boston Scientific. Può spiegarci di cosa si tratta e perché andrebbe diffuso in modo capillare?
"Introdotto in Italia da un paio d’anni, ma non ancora diffuso in modo capillare, il sistema Heartlogic™ abbinato ai defibrillatori Boston Scientific, consente di monitorare costantemente i cardiopatici portatori di dispositivo, di trasmettere informazioni al Centro ospedaliero che ha in cura il paziente e di segnalare con 1 mese di anticipo l’eventualità che si verifichi un episodio di scompenso cardiaco, con necessità di ricovero ospedaliero. Si passa quindi da una medicina di trattamento ad una medicina di iniziativa e prevenzione.
In particolare, nella esperienza dei clinici organizzatori, abbiamo riscontrato che in molti casi alla base del peggioramento clinico dei pazienti c’era una riduzione dell’aderenza terapeutica e, in questi casi, la diagnosi precoce del graduale e progressivo deterioramento dello stato di compenso ha permesso tempestivamente di ripristinare la terapia adeguata, prima che il quadro clinico evolvesse negativamente fino a richiedere un’ospedalizzazione.
Altro risultato rilevante è stato quello di poter ottimizzare la gestione delle risorse, dedicando maggior attenzione a quei pazienti più critici, che necessitano di un controllo più stretto e frequente e riservando a quelli più stabili un programma di controlli più dilazionato nel tempo. Questo è stato possibile grazie alla notevole capacità del sistema multiparametrico di stratificare i pazienti con scompenso cardiaco. Una gestione basata sugli alert si è dimostrata più costo/efficace rispetto ad una strategia di controlli regolari calendarizzati in modo uniforme per tutti i pazienti. Vengono così gestite efficacemente le liste di attesa, altro tema sensibile in questo periodo e per quello a venire.
La gestione remota consente quindi di operare in condizioni di sicurezza, tutelando la salute dei pazienti e contribuendo a prevenire molti accessi in pronto soccorso e ricoveri ospedalieri per scompenso cardiaco, ricoveri che avrebbero aggravato tante situazioni ospedaliere e aggiunto rischi a pazienti già di per sé molto fragili. Non solo: la tecnologia ci aiuta rendendo più umane le cure, perché i professionisti sanitari possono davvero concentrare la loro attenzione sul paziente e sulle sue effettive necessità".

Quanto, a suo parere, l’implementazione di un’assistenza territoriale e domiciliare efficiente consentirebbe di diminuire la spinta verso la mobilità extraregionale, che ha importanti ripercussioni sia sui costi diretti, ma anche indiretti e in definitiva sull’equità di accesso ai servizi sanitari?
"La riduzione degli spostamenti legata al COVID è stata dapprima imposta dal lockdown e poi in un certo senso guidata dal timore del contagio nei confronti di quelle stesse Regioni, che, un tempo ritenute attrattive dal punto di vista sanitario per l’eccellenza dei propri nosocomi, sono ora percepite come aree in qualche modo a rischio. Di riflesso, si assiste ad una contrazione della mobilità sanitaria, con conseguenze sia sulle Regioni “di destinazione” che sulle Regioni “di fuga”, che dovranno riorganizzarsi per garantire, a costi sostenibili, le prestazioni che i loro cittadini ricevevano altrove. Per poter rispondere ad una domanda di salute che prima veniva “delocalizzata”, sarà necessario costruire nuove collaborazioni locali, sia con le strutture private che ricorrendo a sinergie con il territorio e la domiciliarità, a cui però andranno forniti tutti gli strumenti e le tecnologie necessarie. Certamente la telemedicina si pone come strumento abilitante questa integrazione, consentendo il superamento delle barriere logistiche e permettendo l’interazione medico-paziente e medico generalista-specialista anche a distanza. Diviene quindi disponibile un nuovo setting assistenziale, che impone un ripensamento di tutta l’assistenza in un’ottica di disease management, passando dalla gestione, tracciabilità e finanziamento dei singoli episodi di cura ad una visione olistica. In questa visione, trova spazio anche una virtuosa integrazione tra pubblico e privato, dove a ciascuno spetterà quota parte del finanziamento, eventualmente vincolato all’esito di salute, così che entrambi concorrano al fine comune di erogare salute e non semplici prestazioni. In tutto ciò la tecnologia - e nella fattispecie la telemedicina – è un mezzo, un fattore abilitante".

Pensa che l’Italia, nel contesto europeo, sia un Paese adeguato per aziende che operano in questo ambito? Crede che l’emergenza sanitaria da Covid-19 abbia davvero generato una nuova, diffusa consapevolezza sulla necessità di un balzo in avanti tecnologico della sanità italiana, magari guardando alle ‘best pratices’ attuate in altri Paesi?
"L’Italia è da tempo un Paese in cui l’introduzione della tecnologia è subordinata a lunghi percorsi di valutazione, non sempre uniformi nel territorio e questo approccio si basa su logiche che mal si conciliano con l’urgenza del momento. Sarebbe quindi importante che il decisore Politico intervenisse in maniera pragmatica allocando in modo prioritario una parte importante del fondo sanitario nazionale - o del MES - all’investimento in tecnologia abilitante la telemedicina, alla gestione del paziente in remoto tramite app e in generale alla diffusione delle migliori pratiche, che permettano la minor permanenza possibile negli ospedali compresa la diminuzione della riospedalizzazione.
In tutto ciò, il coinvolgimento del paziente è fondamentale e non va sottovalutato il suo potenziale in termini di ingaggio. In ambito di telemedicina, molte volte la scarsa diffusione dello strumento è stata imputata ad una scarsa cultura digitale, ma in realtà l’Italia è il Paese con il maggior numero di smartphones per abitante. Pensare che un anziano non sappia usare i social è un errore, i social hanno in qualche modo avvicinato i cittadini al mondo digitale, piuttosto non è stato fatto lo sforzo di entrare in quella cultura, per trasferirla ad una utilità collettiva di sanità pubblica. Bisogna quindi ora fare un passo in questa direzione, per aiutare i cittadini ad utilizzare gli strumenti che hanno e delle procedure che conoscono".

Boston Scientific, come detto, è un Gruppo che investe moltissimo nella formazione e nell’innovazione. Può sintetizzarci l’impegno del Gruppo nell’area della formazione e, in particolare, può parlarci della piattaforma ‘Educare’?
"Boston Scientific considera la formazione, l’aggiornamento e l’educazione professionale in ambito sanitario come un pilastro fondamentale del suo approccio Customer centric, partendo proprio dalla comprensione delle esigenze dei clienti.
Un impegno costante da parte dell’azienda è volto verso lo sviluppo e l’introduzione di soluzioni innovative, che supportino i medici ed il personale ospedaliero nel mantenere una buona pratica clinica quotidiana ed ottimizzare la qualità dell’assistenza al paziente.
L’azienda crede a tal punto nell’importanza della formazione da aver ideato EDUCARE, un programma esaustivo di corsi di formazione personalizzati e multistage: percorsi di apprendimento ed approfondimento studiati su misura, al fine di accrescere le competenze circa i prodotti dell’azienda e le procedure per impiantarli, accompagnando ancor più il personale sanitario al loro utilizzo e, di conseguenza, a migliorare la vita dei pazienti.
Proprio a Milano, 3 anni fa, è stato inaugurato il centro di formazione italiano - Institute for Advancing Science (IAS) – che è inserito in un circuito internazionale di altri centri di formazione Boston Scientific. Tutti gli IAS EMEA (così come anche nel resto del mondo) sono dotati di tecnologie all’avanguardia, finalizzate a supportare l’integrazione tra didattica e pratica in ambito sanitario, con un calendario di corsi che copre tutto l’anno. Gli IAS, infatti, dispongono di un’ampia gamma di simulatori per tutte le aree terapeutiche (Cardiologia interventistica e strutturale, Gestione del ritmo cardiaco, Endoscopia, Interventi periferici, Neuromodulazione, Elettrofisiologia e Urologia e Cura del pavimento pelvico), di sistemi avanzati di visualizzazione e diagnostica e numerosi modelli biologici e non biologici per ricreare e simulare condizioni cliniche realistiche.
La sede centrale dell’Institute for Advancing Science EMEA si trova a Villepinte (Parigi), ma altri istituti, oltre che a Milano, sono presenti a Ratingen (Germania), a Varsavia, a Madrid, ad Istanbul e a Johannesburg.
In un mondo in continua evoluzione, in cui le aspettative e le esigenze dei clinici mutano ogni giorno, Boston Scientific ha pensato di completare la propria offerta formativa, sviluppando la EDUCARE Digital Platform, un portale di eLearning, attraverso cui Boston Scientific propone contenuti e soluzioni digitali che vadano al di là del concetto tradizionale di apprendimento, per formare adeguatamente i professionisti sanitari, agevolandone l’attività lavorativa quotidiana ed accelerando e facilitando l’accesso alla formazione. La piattaforma virtuale di Boston Scientific è interamente dedicata ai professionisti del settore medico-sanitario di tutta la regione EMEA, offrendo diversi percorsi di apprendimento (come sempre, per tutte le aree terapeutiche in cui opera l’azienda), con contenuti disponibili da ogni sito, 24h su 24 e studiati su misura sulla base dell’expertise dei singoli utenti registrati, disponibili in svariate lingue.
Da ultimo, EDUCARE si fonda su un’intensa collaborazione con esperti ed istituti ospedalieri d’eccellenza, attraverso programmi altamente specializzati di affiancamento, che accelerino la formazione e le competenze dello staff ospedaliero".
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